Cari, carissimi naviganti virtuali
riemergo come una sub dagli abissi, dai quali riporto scrigni di gioie e dolori.
Ho di nuovo il fiato per poter controcantare, anzi, ne ho accumulato talmente tanto che stavolta controurlo con tutto il fiato che ho in gola.
La prossima volta vi parlerò dello scrigno pieno di gioie. Ora invece voglio aprirvi quello dei dolori, e scusatemi.
L’argomento ci riguarda tutti. Uno dei motivi della mia assenza è l’aggravarsi di mia madre, torinese che però abita a Roma, che ha determinato i miei frequenti spostamenti, e non solo.
Il non solo eccolo: è spostamento d’animo, viaggio attraverso inferni che ancora personalmente non conoscevo.
Non stupitevi se inizio a parlarvene pronunciando una frase apparentemente assurda: «purtroppo mia madre non è ancora morta».
Sono stata travolta da una crisi come un tornado. La sensazione è stata a un certo punto chiara dentro di me: stiamo torturando questa donna che è mia madre e le stiamo impedendo una «dolce morte».
Quella che chiamano «eutanasia», termine nel nostro Paese limitato ai vocabolari, perché in Italia è pratica proibita.
Flebo sulle tenere braccia macchiate da ematomi e gonfiate dal farmaco andato fuori vena, aghi per prendere il sangue di ennesime analisi, catetere cambiato non senza dolore ogni settimana e causa di infezioni e conseguenti prescrizioni antibiotiche, cure dolorosissime per le piaghe da decubito che hanno squarciato la pelle della schiena e delle natiche, pillole su pillole, una in meno un quarto in più oggi niente domani mezza...
A che pro tutto questo? Tutto questo ha un nome, comunque: si chiama «accanimento». È amore o egoismo?
Certamente non l'ho sentita solo io dire «dottore, mi lasci andare», «lasciatemi andare», «non ne posso più», «sono stanca», «basta».
Certamente non l’ho sentiti solo io i nomi dei suoi morti che chiama in continuazione perché con i vivi non riesce ad avere un dialogo, i vivi sono i suoi nemici.
Non l’ho vista solo io serrare forte le labbra per dire «no» a cibo e medicine.
La risposta automatica si chiama «soluzione glucosata e ringer»: per assicurarle il nutrimento che ha rifiutato, per darle il supplemento artificiale di vita che la tenga appesa a un filo.
Per darle l’ennesima coperta di Linus.
L'elenco sarebbe molto più lungo ma lo risparmio prima di tutto a me stessa.
Il risultato qual è? Il torturato alla fine a sua volta tortura tutti noi.
È il suo unico modo per esprimere rabbia e rancore.
Con me (forse proprio perché sono sua figlia e da me si aspetterebbe un atto di salvezza e di amore) è arrivata a livelli tali che sarei potuta impazzire se non fossi dotata di un sistema nervoso che non immaginavo così saldo, sarà per via dell’allenamento ai ring all’interno dei quali la vita mi ha più volte scaraventato.
E comunque non è tanto saldo quanto sembra.
Chi potrà mai conoscere quale sia il livello di odio che una persona in quelle infernali condizioni prova per tutti coloro che le stanno intorno?
Medici, parenti, badanti sono tutti una massa indifferenziata per chi giace su quel letto di dolore.
E non ha importanza se siano gli anni della vita forzata di Eluana o i mesi di mia madre.
Qui non è questione di tempo, ma di Pietas: un sentimento che non conosciamo più.
Chi vive nell'ambito medico e paramedico e non si ammanta di sadiche ipocrisie conosce benissimo i rimedi giusti per farci morire in pace.
Per quanto riguarda il mio pensiero debole di fronte a tanta scienza, nel caso di mia madre basterebbe non somministrarle più le "cure" (cure?) che prolungano la sua inutile tortura: il farmaco che interviene in tempo reale per impedire che il sangue sia troppo spesso o troppo fluido, come un vigile che regola il traffico rimasto senza semaforo.
Uno strazio al limite del paradosso.
Chi sa di cosa parlo comprende benissimo i termini che uso.
Se una persona è alla fine, perché continuare a nascondersi dietro un dito?
Ma qui è doveroso cambiare registro, ed è quel che faccio nel pormi la seguente domanda: chi può mai sapere quanto funzioni per il morente cattolico e per l’altrettanto cattolico che lo ha in cura (cura?) l'imprinting di quella frase in una preghiera che solo ora comprendo quanto sia feroce: «che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore».
Cari cattolici, sì, parlo a voi che sbandierate la lotta contro la pena di morte e nulla fate per evitare la pena della vita.
Siete i figli naturali della religione del dolore: quella intorno alla quale avete fatto ruotare la vita e la morte.
Se ha sofferto lui è giusto che soffra anche tu.
Effetti collaterali? Qualcuno è evidente, altri sono subliminali.
Voglio occuparmi solo dei primi, e dico: su questo stato di ultimi giorni che diventano mesi, tutti ci guadagnano: le farmacie (e para) e tutto il sistema sanitario, ai quali vengono versati fiumi di soldi, farmaci; letti ortopedici e altri strumenti destinati agli invalidi, boccioni di flebo e relativi deflussori; creme e garze per le medicazioni, aghi e siringhe, guanti e pannoloni (che umiliazione tremenda!); e via via via tutto quello che serve per la cura-tortura e che non riesco neppure più a ricordare.
L’elenco di coloro che ricevono profitto continua con i medici che vengono a domicilio a botte di centinaia di euro, i badanti e tutto lo stuolo di torturatori che passano per angeli custodi.
La situazione di una persona benestante è una buona mammella per tutti.
Il poveraccio, beato lui, sarebbe già morto in pace.
Facciamo un piccolo sforzo di immaginazione: pensiamo di essere NOI al posto di nostra madre. Vorremmo andarcene o restare?
Vorremmo essere ascoltati nei nostri desideri espressi con le parole gli occhi i gesti i silenzi, o preferiremmo che altri decidano per noi?
E l'atto d'amore sarebbe quello di aiutarci a restare o ad andarcene IN PACE?
Le frasi retoriche che ho sentito in giro sulle labbra anche di parenti stretti devono attraversare il muro di strazio e di impotenza. Il muro le rigetta al mittente.
A volte anche tra fratelli si hanno concezioni diverse: sia dell'esistenza, sia della sua fine.
A volte qualcuno pensa, altri sono anestetizzati.
E comunque questa lacerante esperienza mi serve (e mi auguro serva a molti) per lasciare disposizioni precise sulla fine della mia vita.
Ho già pronto il modulo per il testamento biologico e già allertato il mio webmaster per metterlo sul sito. Casomai qualcuno facesse finta di non conoscere la mia volontà.
Per ora ho solo la penna come arma, e faccio quel che posso. Forse di più.
Ogni giorno scrivo sul mio diario la frase diabolica «purtroppo mia madre non è ancora morta».
La mia penna ha scritto anche questa riflessione, che giro a coloro che sono detentori della verità e quindi delle risposte: qualcuno mi spieghi perché un cavallo da corsa azzoppato, un cane, un gatto affetti da malattia che li fa soffrire o che comunque ne fa malati terminali vengono abbattuti.
Gli viene cioè risparmiata la pena di vita.
E mi spieghi come mai invece a noi persone questa viene prolungata anche contro la nostra volontà.
E’ forse perché ci riteniamo il centro dell’universo, creature di serie A”cui è riservato un destino più dignitoso?
È proprio di dignità che sto parlando. Perché la dignità più alta del vivere è la dignità del morire.
Se l’abbia detto qualcuno non lo so. Per ora lo dico io, con tutta la rabbia che ho in corpo.
Scusatemi se forse la mia prosa risente della ferita che ho dentro. Non è un libro scritto: è un urlo, e come tale prendetelo.
Stavolta, anziché davincianamente firmo con una frase del mio Maestro che faccia riflettere l’establishement dei torturatori. La cito a memoria:
Come una giornata spesa bene dà luogo a un lieto dormire, così una vita spesa bene dà luogo a un lieto morire.
Vittoria Haziel |